Da Diario.it

febbraio 8th, 2008

Il Nostro Inviato nel Mobbing Aziendale

Antonio-Antonella e la caserma

Le disavventure dell’ingegner Antonella, per l’anagrafe Antonio, addetta alla sicurezza del lavoro nella base militare di Taranto: da quando è diventata donna non ha più pace

di Giancarlo Castelli

TARANTO.

Lei è proprio una rompiscatole. Si lamenta sempre con la direzione perché non la fanno lavorare, tanto che non possiede neppure la password del computer dell’ufficio. Dice di sentirsi mobbizzata dai colleghi di lavoro, tant’è che a mensa intorno a lei c’è il vuoto e al bar nessuno le offre nemmeno un bicchier d’acqua. Minaccia, anche. A chi la sbeffeggia o la insulta, più di una volta ha promesso di rendere pan per focaccia, così da prendersi una ramanzina disciplinare direttamente da Roma, dal ministero dell’Aeronautica: un’ora di stipendio decurtata per aver risposto «molto male» a un vicino di scrivania. Quello che proprio non le va giù, però, è che, nonostante siano passati ormai sette anni, ancora non le permettano di utilizzare il bagno delle donne, perché Antonella Faiella, e da quest’orecchio i suoi colleghi e superiori sembra non ci vogliano sentire, è una donna a tutti gli effetti. Anzi, specifica, una donna transessuale. La differenza non è da poco. Perché il transessualismo, «è un terzo sesso, dopo quello maschile e femminile», come documentato da uno studio del 1995 del dottor Dick Swaab del Netherlands Institute for Brain Research, pubblicato sulla rivista Nature secondo cui la regione dell’ipotalamo nelle persone transessuali è più piccola di quella maschile come nelle femmine. Una «pezza d’appoggio» di natura biologica che Antonella Faiella utilizza da sempre in qualsiasi sede di discussione, sul lavoro come nelle aule di tribunale civile. Del resto lei, di cause, ne ha dovute affrontare parecchie: quelle che lei chiama, in dialetto tarantino, le sonore mazziete che ogni tanto distribuisce a destra e a manca. A suon di esposti. Prima di tutto per ingiurie e molestie sul lavoro. «Ho subito anche violenze sessuali» dice, «non le ho mai denunciate, però, perché non mi avrebbero creduto». Tutto questo accade a Taranto, la città portuale dell’Arsenale e dell’ex-Ilva, la città nuova e la città vecchia dove, al contrario di ogni altro centro storico, vivono ancora gli anziani di un tempo ed è uguale a ogni altro quartiere popolare. La sua storia comincia, innanzitutto, dal nome. Per esteso si firma: Dottoressa Ingegnere Antonella Lucia Faiella, all’anagrafe Antonio.
«Lucia lo ho aggiunto dopo» spiega, «è il nome di mia madre». Professione: addetta alla sicurezza sul lavoro e qualità aziendale nella base navale militare di Taranto, nel settore dell’arsenale. Un lavoro che svolge da oltre vent’anni, facilitata nel mestiere da una laurea in ingegneria meccanica («Ho ricevuto anche il riconoscimento della Society of professional engineers of London», dice lei con orgoglio, mostrando titoli e attestati professionali attaccati alle pareti insieme alle sue foto di una sfilata di moda trans e del World gay pride di Roma 2000). Un lavoro di grande responsabilità: controllo e monitoraggio sulle ditte che lavorano nell’Arsenale, circa tremila operai impiegati. Grande professionalità, tanti attestati di stima fin dal 1982 quando venne assunta nell’Arsenale. Vestiva con abiti maschili, all’epoca. «Nessuno doveva sospettare niente, dovevo comportarmi da macho più dei maschi presenti nello stabilimento», dirà Antonella in un libro di memorie che ha cominciato a scrivere intitolato, semplicemente, Diversa. Comportamenti da guappo, fisico da body building, tutto per camuffare quella che, invece, cresceva dentro di lei sempre più come una convinzione: sono una donna. La situazione precipitò il giorno in cui si presentò in calzoncini e capelli biondi, prima; truccata e con i tacchi alti, poi. In un ambiente maschilista per eccellenza come quello militare, furono in molti a deglutire nervosi. «Ehi tu, vieni qua, mi disse un ufficiale», ricorda: «Io subito lo affrontai a brutto muso: come si permette di darmi del tu?».
«Siamo nel 1997», continua nel suo libro-diario, «le aggressioni diventano violente, insulti, beffeggiamenti, ingiurie, sputi e pernacchie (dalle auto in corsa, da parte sempre di civili, maschi e femmine, e militari), minacce velate e no, molestie sessuali, molestie interne al telefono che mi inducono a chiedere ai carabinieri della Marina militare se possono tenere sotto controllo il telefono del mio posto in ufficio». E siccome Antonella è una rompiscatole, cominciò a rivolgersi al sindacato, alle associazioni trans, affidò a siti internet specializzati i suoi sfoghi e le sue denunce. Tutto, tranne disposta a mollare. C’era di che scoraggiarsi, però. Non tutti riuscivano a stare appresso a quella testa matta e un po’ vulcanica che non era disposta a far passare nulla di impunito. Accadde anche con la Cgil cittadina, racconta. «Mi scaricarono quando in mensa, un giorno, diffusi una lettera a tutti i lavoratori per chiarire la mia situazione». Al suo fianco rimase soltanto l’ufficio Nuovi diritti della Cgil nazionale: «Antonella è vittima di tanti piccoli ma significativi episodi», è il parere di Gigliola Toniollo, responsabile Nuovi diritti, «un continuo logoramento che è alla base del mobbing». Un’operazione ben studiata, secondo Antonella: «L’ufficio Prevenzione e Protezione dove lavoro, ogni volta che c’è sentore di una mia denuncia alla procura mi fa arrivare un poco di lavoro sulla scrivania. Lo fanno, penso, per dimostrare che mi invento tutto e poi si torna con mesi di stallo».

STRANI SOGNI. Impiegata di quarto livello, ha controllato per anni che ogni operaio avesse cintola e casco d’ordinanza e ha segnalato alla direzione, quando era il caso, le ditte inadempienti. «Ora sono stata declassata, posso fare controlli soltanto su mandato dell’Ufficio», lamenta. Quello che lei chiama «il mio inferno quotidiano», continua anche fuori dall’Arsenale: evita di frequentare alcune strade considerate malfamate perché «qui sono tutti delinquenti e mi insultano». E persino i suoi sogni sono abitati da strane presenze che la fanno urlare e lamentare tutta la notte fino a quando si sveglia perché le manca il respiro. Una fragilità che sembra fare a cazzotti con il suo carattere combattivo: una personalità che l’ha portata, negli anni, ad apprendere due o tre arti marziali tra cui il muay thai che è una specie di kickboxing per risolvere qualche situazione spiacevole, non si sa mai. Ama i poliziotti e i carabinieri, però, «che sono sempre tanto gentili» e la rispettano: lei che si definisce, senza mezzi termini, «un’estremista di sinistra». Ha portato le tematiche transessuali anche sullo schermo, quello grande: è attrice in Lei, lungometraggio del regista Tonino De Bernardi, presentato al festival di Venezia 2002, in cui tre storie di vita di donne si intrecciano con altrettante diversità incontrate sul proprio percorso. Per il resto, è una questione di Procura. L’elenco delle cause è lungo: «Insulti e oltraggi da parte di militari», procura di Taranto, giugno 2003. «Violenze fisiche e morali», gennaio 2004. «Violenze sessuali e discriminazioni in ufficio», febbraio 2004. «Molestie e provocazioni», marzo 2004. «Minacciata sul posto di lavoro», giugno 2004. Esposti e denunce finiti, quasi sempre, con un nulla di fatto perché, come ammette lei stessa, «spesso non ho né prove né testimoni e questo mi fa sentire più sola». Eppure, come ha confermato la Toniollo che conosce Antonella molto bene, «lei è una persona sincera e queste sono violenze sotterranee e silenziose, difficili da dimostrare». Non che siano mancati alcuni gesti di buona volontà da parte dell’Amministrazione: è del febbraio 2002 la comunicazione di servizio del capo ufficio Prevenzione e Protezione della Base che, in seguito ad alcune segnalazioni giunte alla direzione sul caso di Antonella, raccomandava a tutti i lavoratori dell’Arsenale il rispetto della Costituzione italiana che riconosce pari dignità sociale a tutti i cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione etc. Mentre nel maggio 2001, sottoposta a una visita psichiatrica dell’Unità sanitaria locale («mi sentii umiliata per il fatto di essere analizzata come una bestia rara»), viene certificato «il disagio provocato dalla circostanza che il genere del nome non corrisponde al suo aspetto fisico» e che «il suo sesso psicologico è femminile e in contrasto con il suo sesso gonadico». Sempre troppo poco, secondo Antonella: «Si sono mossi soltanto per paura. Nessuno mi ha mai difesa veramente là dentro». Documenti e riconoscimenti, insomma, non bastarono: l’isolamento continuò e pure gli sfoghi su internet: «Oggi 20 agosto 2004 nulla è cambiato, vado al caffè da sola, vado in giro per lavoro da sola, vado in mensa da sola ma non mi importa più di tanto visto il valore infimo che do alle merde che popolano questo Arsenale ma rimarrò al mio posto, non ce la faranno a eliminarmi, piuttosto scoppierà a loro il fegato nell’attesa». E invita le sorelle transessuali a continuare a resistere.

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